mercoledì 30 settembre 2009

IL FENOMENO DELLA STREGONERIA pg2

Si è infine fatto riferimento anche ad oggetti che potrebbero indurre controvoglia i soggetti a patire il volere del demonio. Tuttavia la cura solitamente consigliata per la risoluzione di questi casi… era un bell’esorcismo. Le streghe spesso (o quantomeno la maggior parte di queste) erano effettivamente eretiche, miscredenti e sacrileghe agli occhi della chiesa e nei suoi confronti, solo che alla luce delle nostre attuali conoscenze parleremmo piuttosto di "paranoia mistica" , di "psicosi schizofrenica " e di "nevrosi coatta " tutte cose che, ovviamente, afferiscono più alla psicopatologia che all'etica. Anche volendosi accontentare di muoversi a livello di storia della psichiatria e della medicina, si possono rilevare nelle tante demonologie dell'epoca, così come dai verbali dei processi, esempi e descrizioni "cliniche" di non poche psicopatologie di origine, presumibilmente, sessuale. Il Malleus Maleficarum, così come la Demonomanie del Bodin, il Discours execrable del Boguet, il Tableau de l'inconstance des mauvais anges del De L' Ancre, il Disquisitionum magicarum libri sex di Del Rio, sono altrettante miniere d'oro per leggere in chiave "psicopatologica" le "devianze" delle streghe e le "nevrosi" degli inquisitori.I comportamenti clinici di queste patologie sono infatti perfettamente riconoscibili in numerosissime testimonianze, puntualmente riportate negli annali dei processi, e doviziosamente descritte con una precisione e un acutezza di osservazione che talvolta mancano persino ai più moderni esercenti delle professioni mediche ma quando si entra nel campo dell'isteria, dell'epilessia, delle nevrosi depressive, dei deliri ossessivi, dell'alcolismo, delle tare demenziali ereditarie, delle neuropatie ad eziologia tossica (alimentare e farmacologica) , allora la consistenza stessa del fenomeno si impone con forza propria in termini squisitamente psichiatrici.Tutte queste forme della malattia mentale sono perfettamente riconosciute dagli stessi Autori del Malleus, solo che vengono dichiarate effetti dell'eresia e non loro causa.In merito alla natura farmacologica è in particolare da ricordare che molte delle supposte streghe (e a volte anche i loro figli, soprattutto se femmine), appartenevano per lo più alle classi popolari ed erano di solito vedove, prostitute, levatrici ed herbarie. Queste ultime facevano spesso uso di composti a base di alcaloidi, in un tempo in cui decotti ed infusi a base di piante usati dall'empirico sapere tradizionale delle guaritrici risultavano non meno efficaci e sicure di medicine e medici; data per certa e abituale la pratica dell'unzione prima del volo, si può ipotizzare in numerosi casi una tossicomania per l'uso ripetuto di farmaci psicoanalettici o psicodislettici.Nuovamente: se di certo non si può far afferire la totalità dei comportamenti a queste casistiche, sicuramente occorre tenere in conto nell’esaminare questo fenomeno duraturo e complesso anche di queste casistiche che hanno avuto una loro rilevanza ed un inoppugnabile presenza.A titolo di cronaca ricordiamo che le ipotesi minime di processi per eresia parlano di circa 110.000 processi e 50.000 esecuzioni. Pur considerando che a numerosi archivi sono stati dati alle fiamme nel corso dei secoli, facendo perdere materiale di studio prezioso. Di questi processi l'80% degli accusati era di sesso femminile, e solamente in Estonia (60%), Russia (68%) e Islanda (90%) vi fu una predominanza maschile.Fra le cause estranee alla medicina ricordiamo inoltre, a differenza di quanto si creda comunemente, che durante il medioevo le persecuzioni sono rivolte soprattutto contro gli eretici (Catari, Valdesi, o Albigesi). Comunque "fedi altre" accusate di concubinaggio con il diavolo. La Chiesa Cattolica pensava che Catari derivasse da Catus, gatto, adoratori del gatto/Satana. È solo a partire dall'età moderna (dopo lo scoperta delle Americhe, nel momento in qui nasce l'Umanesimo e in cui la stampa appare) che incomincia questa persecuzione che alcuni non esitano a definire sessista (probabilmente l'unica del genere nella storia) e altri hanno voluto chiamare genocidio od olocausto.Altro dato potenzialmente interessante si ricava se si considera il fatto che, alla stessa epoca, due corporazioni lavorative stanno per avere un ruolo economico importante, quella dei medici e quella dei chierici, si capisce che le donne, che fino alla fine del medioevo godevano di una libertà (in particolar modo relativamente all'esercizio di una professione) più grande di quanto si sia voluto notare, vengano minacciate di eventuali persecuzioni, convincendole così a ritirarsi tra le mura domestiche e a rinunciare ad ogni tipo di attività all'infuori della cura della casa.Non mancarono d’altro canto medici come il medico del Duca di Clèves, J. Wier, che furono tanto impressionati da alcuni casi cui assistirono da indurlo a scrivere quello che è stato definito il primo manuale di psichiatria e cioè il De praestigis demonum, in cui sconfessava la natura demoniaca dei mali inducendolo a rovesciare la posizione tradizionale della Cultura dei suoi tempi nei confronti della relazione follia-eresia. Per lungo tempo questo trattato ebbe ampia diffusione fino al 1563, il periodo dell'inizio della più terribile delle ondate persecutorie quando l'opera del medico tedesco, che chiedeva cure cliniche al posto dei roghi, sarà bandita come la più perniciosa delle astuzie sataniche.Mentre il calvinista Daneau e il cattolico Bodin riuscivano a rovinare la carriera e la reputazione di Wier, la sua opera faceva proseliti ed inseriva nella cultura europea il dubbio che la stregoneria altro non fosse che il frutto della fantasia malata di individui: «bisognosi - a detta di Pietro d'Abano, Agostino Nifo e Michel de Montaigne - più dell'elleboro che del fuoco».Sempre a titolo di croanca ricordiamo qui peraltro come i roghi non fossero ordinati né demandati all’autorità ecclesiastica ma una conseguenza dei processi civili e penali, che vedevano nel giudizio ecclesiastico solo una parte delle basi necessarie al giudizio. A quei tempi infatti l’eresia, poiché turbava l’ordine sociale basato sull’idea dell’unità nazionale corroborata dall’unità dogmatica (siamo ancora prima del protestantesimo), era a tutti gli effetti un reato civile. La natura della condanna (il rogo) faceva invece riferimento per lo più ad alcuni versetti del Vangelo di Giovanni (15,6) nel quale si dice che: "chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi viene raccolto per essere gettato via e bruciato". È su questo passo che si giustifica il rogo, con l'appoggio della Bibbia dove si cita "non lascerai vivere mago".Tra i tanti che denigrarono il medico tedesco ricordiamo che ci fu chi, acutamente, fece notare che l’omogeneità indicata all’inizio di questo articolo delle tipologie visionarie delle streghe facessero pensare piu’ ad un’unica induzione esterna più che a patologie mentali, perche’ se di ciò si fosse trattato allora ogni strega avrebbe dovuto avere una sua personale visione o allucinazione e non tutte la stessa.L'unica risposta a questa obiezione (come già abbiamo premesso all'inizio) è quella di complementare l'ipotesi della follia con quella della tortura e dell'uso delle droghe allucinogene, e, in altre parole, di giustificare l'omogeneità delle descrizioni del sabba e del volo notturno attribuendole in parte a ragioni di ordine culturale (il mito contadino della fertilità) , giuridiche (la stereotipia dei procedimenti inquisitori), dottrinario (la mitologia cristiana dell'angelo ribelle) e psicologico (l’endemicità di alcuni disturbi mentali ad origine psicogena oppure organica e farmacologica: l'uso ripetuto di erbe "medicinali" contenenti alcaloidi ad effetto psico-dislettico o psicoanalettico).Se questo non basta a dare una spiegazione intera del fenomeno può comunque servire a fornire un quadro più completo ed esaustivo in cui collocare un fenomeno dibattuto, che non ci sentiamo di etichettare con sufficienza, anche date le gravi conseguenze che ha avuto e di cui qui abbiamo in larga parte accennato.

IL FENOMENO DELLA STREGONERIA pg1


Il fenomeno della stregoneria, e la susseguente persecuzione soprattutto nell’Occidente cristiano a danno di chi era sospetto di farne uso, è un fenomeno desicamente antico.Se infatti la Chiesa Cattolica da una parte ha sempre combattuto le credenze magiche, dall'altra parte è stata la più forte sostenitrice della realtà oggettiva di streghe, maghi e stregoni e giustificava la credenza nel sabba diabolico. E se, da una parte, ha prodotto nei secoli, diversi documenti (citiamo il Canon episcopi, risalente addirittura al IX secolo e destinato ai vescovi) contro la superstizione, dall'altra ci sono ben 13 bolle che affermano la realtà della stregoneria tutt'oggi non "abiurate". "Fra tutte le eresie, la più grande è quella di non credere nelle streghe e con esse, nel patto diabolico e nel sabba", dal "Malleus maleficarum",(trad. "Il martello delle streghe").Questo manuale fu scritto da due Domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer per stabilire i criteri utili a riconoscere e punire le streghe fu pubblicato nel XV secolo. Esso fu riprodotto in ben trentaquattro edizioni e oltre trentacinquemila copie impresse con una tiratura stimata di 30.000 copie che lo poneva ( se confermato) come secondo libro per diffusione dopo la Bibbia. Ma molti sono i manuali a corollario del Malleus sui metodi di tortura e di applicazione della pena e del modo sul quale riconoscere una strega.Il fenomeno della caccia alle streghe si e’ diffuso particolarmente a partire soprattutto tra la fine del XIV secolo e l'inizio del XVIII secolo.All’interno di questo periodo sono innumerevoli le persone ed in particolare le donne che sono state tacciate di aver fatto patti col diavolo e per questo sono state perseguitate e spesso torturate e uccise.Ciò detto, se da un lato vanno considerate le radici storiche e antropologiche di miti molto antichi e la loro diffusione nelle culture e comunità, nonché eventuali fenomeni di suggestione e di confessioni indotte dalle torture, non è possibile liquidare facilmente il fenomeno delle streghe come una semplice credenza popolare, ma nemmeno darle credito e sostanza.Colpisce infatti il fatto che la tipologia delle streghe fosse accomunata da alcuni precisi riferimenti quali il volo notturno, la partecipazione ai Sabba, il patto satanico, i malefici operati a danno dei singoli e della collettività. Questi elementi sono stati dedotti ed elencati a partire dalle confessioni, spesso anche spontanee, raccolte in tutti i processi per stregoneria di cui si ha conoscenza in ambito Europeo.Vi è dunque una curiosa omogeneità nelle testimonianze a prescindere dagli individui, dalla latitudine e longitudine e dalle culture in cui operavano le presunte streghe.Non solo: sebbene nel corso dei processi fosse presente tanto un’accusa quanto una difesa, nessuno, da chè si abbia notizia, ha mai nemmeno provato a mettere in dubbio che tali fatti, in particolare il volo notturno e la partecipazione ai Sabba, avvenissero. Tuttalpiù vi e’ stata spesso discquisizione sul fatto se questo avvenisse in sogno, in spirito o nella realtà ( in particolare per la partecipazione alle congreghe ) ma mai che tali fatti potessero essere inventati.Prendere in esame l’idea che tali confessioni potrebbero essere frutto della tortura indubbiamente potrebbe semplificare il quadro, ma il fatto che tali credenze fossero ben più antiche dell’inizio dei periodi persecutori e già radicate nell’alto Medio Evo ci porterebbe a prendere in esame anche altri fattori.Innanzi tutto ci sentiremmo di escludere l’ipotesi di stati allucinatori di massa, proporzionati all’intera Europa nell’arco di alcuni secoli, poichè le allucinazioni, anziché situarsi nella sfera individuale e privata, in questo caso posseggono una consistenza culturale di tipo collettivo (e, come sappiamo, non è del tutto rigoroso parlare di "inconscio e nevrosi collettive").Questo tuttavia non esclude ma ci fa invece avvicinare ad uno degli aspetti che sicuramente occorre tenere in conto nell’esaminare questo fenomeno, ovvero quello medico, oltre che a quelli economici, sociali, geografici ed etnografici.Di sicuro premettiamo che non è possibile ridurre l'intero universo di queste manifestazioni all'ambito della patologia, non foss'altro che per motivi statistici: un numero così elevato di malati di mente ci obbliga ad "invertire” le linee di demarcazione fra la salute e la malattia, facendo della malattia mentale una sorta di "stato normale" dell'epoca.Ma se escludiamo i processi fatti ad innocenti, le confessioni estorte ed altre specifiche casualità, quali i processi in cui i processandi avevano il preciso interesse economico e politico di veder colpiti ben precise personalità per motivi che spesso nulla afferivano con la natura del processo ( non dimentichiamo che in seno ai processi per stregoneria era solitamente d’uso l’espropriazione dei beni dell’esecutato che venivano divisi a metà fra la Chiesa e il potere temporale.), nelle restanti casistiche sono molte quelle che possono essere ricondotte a ben precise patologie mentali oggi ben conosciute sia nelle origini che nelle dinamiche.Ricordiamo ad esempio la grande epidemia epilettica che dal 1350 in poi prende il nome popolare di "ballo di S. Vito" e la "grande histèrie" del XVI secolo, la quale si manifestava, tra l'altro con deliri convulsivi e perdite della coscienza ( spesso vista come la trance attraverso cui la strega poteva partecipare ai Sabba senza muovere il proprio corpo ). E queste facevano parte di un più generale quadro di igiene che vedeva come tuttaltro che saltuarie nell'Europa dal XV al XVII secolo, le malattie scrofolose, le carenze ematiche, la peste, la lebbra e la sifilide. Tutte malattie i cui sintomi non era così difficile associare ai comportamenti enumerati nei codici come il Malleus Maleficarum per riconoscere le persone toccate dal demonio.Faremmo tuttavia un gravissimo torto agli studiosi, spesso illustri, che hanno redatto quei codici se pensassimo che tali osservazioni non fossero alla loro portata o siano state ignorate per volontà o ignoranza.Le malattie e le turbe mentali erano ben conosciute all’epoca, cosi’ come era ben noto che vi fossero numerosi soggetti, tra cui gli eccitati ed i melanconici, i maniaci ed in alcuni casi gli alcolizzati giusto per citarne alcuni, che potevano avere comportamenti distorti e vedere cose inesistenti anche senza aver nulla a che fare con Satana.Gli stessi Autori del Malleus Maleficarum dedicano un numero non indifferente di pagine alla discussione del tema del delirio e delle fantasie. AI riguardo Gregory Zilboorg nel suo Medical Men and the Witch during the Renaissance ricava dalla lettura del Malleus in chiave psichiatrica la convinzione che “esso potrebbe, con qualche piccolo ritocco editoriale, servire da eccellente manuale di" psichiatria clinica descrittiva del XV secolo: basterebbe sostituire alla parola strega la parola paziente ed eliminare il demonio”.Nonostante il delirio per esempio fosse riconosciuto come manifestazione patologica, la sua causa era collocata non in ambito medico, ma in ambito etico; d'altra parte ciò non deve assolutamente meravigliarci se si pensa che in tutto l'arco di tempo che va dalla riforma medica vesaliana alla rivoluzione harveiano-malpighiana, i problemi neuro-psichiatrici vengono accuratamente evitati, in quanto sono fatti afferire alla morale e alla psicologia razionale.Parimenti molti autori si sono a lungo interrogati sulla natura delle malattie mentali che in gran parte prescindono dall’opera del demonio, ma che tuttavia nell’instabilità che provocano aprono le porte al suo ingresso nell’individuo. Pertanto gli stregoni, anche quando insani di mente, non sono comunque perdonabili nei loro atti perché essi, una volta che il demonio è entrato, sono da esso generati.

martedì 29 settembre 2009

L'ALCHIMIA






Alchimia nell'Europa medievale [modifica]
Dopo essere caduta alquanto in disuso durante l'alto Medioevo, l'Occidente riprende contatto con la tradizione alchemica greca attraverso gli Arabi. L'incontro tra la cultura alchemica araba ed il mondo latino avviene per la prima volta in Spagna, probabilmente ad opera di Gerberto di Aurillac, che più tardi divenne Papa Silvestro II, (morto nel 1003). Nel XII secolo va ricordata la figura del più importante dei traduttori di opere arabe, Gerardo da Cremona, che interpretò Averroè, tradusse l'Almagesto, e forse alcune opere di Razes e Geberus.[27]
Il rientro vero e proprio dell'alchimia in Europa viene in genere fatto risalire al 1144, quando Roberto di Chester tradusse dall'arabo il Liber de compositione alchimiae, un libro dai forti connotati iniziatici, mistici e esoterici, nel quale un saggio, Morieno, erede del sapere di Ermete Trismegisto, insegna al Re Calid.[28]
Il materiale alchimistico dei testi arabi verrà rielaborato durante tutto il XIII secolo. Alberto Magno (1193-1280) affronta la tematica alchemica nel De mirabilibus mundi[29] e nel Liber de Alchemia di incerta attribuzione. A Tommaso d'Aquino (1225-1274) vengono attribuiti alcuni opuscoli alchemici, nei quali è dichiarata la possibilità della produzione dell'oro e dell'argento.
Il primo vero alchimista dell'Europa medievale deve essere considerato Roger Bacon (1241-1294) un Francescano che esplorò i campi dell'ottica e della linguistica oltre agli studi alchemici. Le sue opere, il Breve Breviarium, il Tractatus trium verborum e lo Speculum Alchimiae, oltre ai numerosi pseudo-epigrafi a lui attribuiti, furono utilizzate dagli alchimisti dal XV al XIX secolo[30].
Alla fine del XIII secolo l'alchimia si sviluppò in un sistema strutturato di credenze, grazie anche all'opera di Arnaldo da Villanova (ca. 1240-ca. 1312), con il suo Rosarium Philosophorum[31], e soprattutto con Raimondo Lullo (1235-1315), che divenne presto una leggenda per la sua presunta abilità alchemica[32].
Nel XIV secolo l'alchimia ebbe una flessione a causa dell'editto di Papa Giovanni XXII, che vietava la pratica alchemica, fatto che scoraggiò gli alchimisti appartenenti alla Chiesa dal continuare gli esperimenti.

Misteriosi simboli alchemici incisi sulla tomba di Nicholas Flamel a Parigi
L'alchimia fu comunque tenuta viva da uomini come Nicholas Flamel, il quale è degno di nota solamente perché fu uno dei pochi alchimisti a scrivere in questi tempi travagliati[33]. Flamel visse dal 1330 al 1419 e sarebbe servito da archetipo per la fase successiva della pratica alchemica. Il suo unico interesse per l'alchimia ruotava intorno alla ricerca della pietra filosofale; in anni di paziente lavoro riuscì a tradurre il mitico Libro di Abramo l'ebreo, che avrebbe acquistato nel 1357, e che gli avrebbe rivelato i segreti per la costruzione della pietra dei filosofi.
Nell'alto Medioevo gli alchimisti si concentrarono nella ricerca dell'elisir della giovinezza e della pietra filosofale, credendo che fossero entità separate. In quel periodo molti di loro interpretavano la purificazione dell'anima in connessione con la trasmutazione del piombo in oro (nella quale credevano che il mercurio giocasse un ruolo cruciale). Questi individui erano visti come maghi e incantatori da molti, e furono spesso perseguitati per le loro pratiche.

I TORNEI

I tornei (dal francese tourner, roteare), conosciuti anche come giostre (dal latino juxtare, avvicinarsi), sono una forma di festa d'armi di origine medievale; nascono tra i giochi guerreschi con fine di esercizio all'arte della guerra diffusisi secondo le fonti storiche sin dal IX secolo in ambito carolingio.
Nelle l'uso attuale i due termini armi medievali e giostra non indicano attività diverse, benché il secondo sia più propriamente un combattimento fra due cavalieri con "lancia in resta" e un torneo un combattimento tra fazioni.

Torneo dal Codex Manesse
Indice:1. Festa in armi2. Origini3. Esercizio per la guerra4. La giostra5. Eventi mondani6. I cavalli7. L'eredità dei tornei8. Bibliografia9. Voci correlate
1. Festa in armi
I tornei e le giostre ebbero origine nel Medioevo feudale e della stuttura militare principale dell'epoca, la cavalleria. Va ricordato che spesso venivano anche organizzati combattimenti a piedi, specialità amata da Enrico VIII d'Inghilterra
Ai tornei parteciparono anche membri dell'alta aristocrazia Europea, compresi i sovrani di importanti regni. Durante il combattimento i cavalieri dovevano comportarsi lealmente, combattere pro solo exercitio, atque ostentatione virium (Ruggero di Hoveden), attenendosi ad un preciso codice d'onore, direttamente derivato da quello dell'aristocrazia militare.
Consistevano in combattimenti, nullo interveniente odio (Ruggero di Hoveden), di cavalieri a squadre o a coppie, a cavallo ma anche a piedi, ed erano regolati da un preciso cerimoniale: i cavalieri venivano chiamati uno ad uno dall'araldo d'armi, che ne blasonava l'arma o scudo e gli eventuali titoli nobiliari, presentandoli al pubblico che affollava l'arena ed al signore o all'autorità che aveva indetto il torneo.
2. Origini
I tornei si diffusero in tutta l'Europa a partire dal XII secolo, ed assunsero sempre maggiore importanza, divenendo assai fastosi e spettacolari.
Il franco Goffredo II di Preuilly fissò soltanto le norme che lo governavano, ma nella sua epoca erano già diffusi. Il torneo nasce nelle terre dei Franchi; in Italia troviamo testimonianze di tornei già nel XII secolo.
Originariamente prevedevano battaglie con alto rischio di morte, ma nel XIII secolo si diffuse l'uso di utilizzare lance spuntate e spade senza punta né taglio. Anche con tali precauzioni continuarono a verificarsi gravi incidenti.
I codici di regolamento erano di fondamentale importanza. I principali erano redatti in volgare francese e chi non si atteneva era accusato di essere un fellone. Tutto era regolamentato nei dettagli: armi da difesa e offesa, colpi, vestimenti, parate, saluti ecc.
I tornei si svolsero ancora fino al XVII secolo, ma la Chiesa e le Monarchie ne limitarono nel tempo gli aspetti più sanguinosi, esaltandone l'aspetto prettamente sportivo e cavalleresco.


3. Esercizio per la guerra
I tornei nacquero per l'allenamento fisico e militare dei nobili nei periodi invernali.
L'occupazione principale dei nobili nel medioevo erano le campagne militari, che si tenevano tranne rari casi nei mesi caldi: in quelli freddi gli eserciti venivano sciolti e per alcuni periodi il freddo impediva anche di occuparsi della caccia.
Ciò causava un infiacchimento del fisico e dei riflessi e la soluzione venne trovata nell'organizzare battaglie simulate, già attestate in epoca carolingia nelle cronache dello storico Nithard.
Un termine che ricorre inizialmente ad indicare il torneo è hastiludium, gioco di lancia: nel XI secolo si diffonde infatti il modo di combattere a cavallo "lancia in resta", cioè con una lunga lancia ben salda sotto il braccio destro, assicurata tramite una sporgenza della corazza (la resta) su cui faceva battuta una scanalatura della lancia.
Nei primi tornei, opposti schieramenti di cavalieri si battevano in furibonda mischia in ampi spazi fuori dai luoghi abitati. Uno schieramento era formato dai ténants, coloro che avevano lanciato la sfida, un altro dai vénants, coloro che l'avevano accettata.
La violenza a cui erano arrivati gli scontri indusse la Chiesa nel 1130 a proibire, ma senza successo, i tornei, scomunicando i torneanti e proibendo la sepoltura cristiana ai morti a causa nello scontro.
Nel XIII secolo si formalizzò la distinzione tra tornei con armi à outrance, cioè da battaglia, e armi à plaisance, per limitare le ferite. I tornei divennero eventi organizzati all'interno delle città con ampio pubblico, affermandosi il carattere spettacolare. Le regole divennero sempre più rigide. La Chiesa grazie alla nuova forma di torneo nel 1281 abolì le proibizioni.
4. La giostra

Una giostra
Durante lo sviluppo torneo propriamente detto, cioè affrontato da due schieramenti, nacque la giostra, ideale duello tra singoli cavalieri. Tra il XV secolo ed il successivo, la giostra divenne l'evento di maggior successo, grazie all'accattivante cerimoniale.
I cavalieri, secondo le regole dell'amore cortese, giostravano in nome della loro servitù d'amore verso una dama.
Nel secolo quindicesimo, s'introdusse una barriera per tener separati i due giostranti durante la galoppata uno contro l'altro. Lo scopo era disarcionare l'avversario con l'urto della lancia, ma senza colpire l'elmo. Le lance erano di frassino, così da frantumarsi nello scontro, evitando lo sfondamento dell'armatura del colpito.
5. Eventi mondani
Si diffuse in fretta la passione da parte di un pubblico vario per tali arti marziali: presto quindi i tornei assunsero un aspetto lussuoso e vennero organizzati per celebrare vittorie, ricorrenze, accordi tra signori e feste religiose.
L'organizzazione degli eventi divenne sempre più rituale e sontuosa, codificata da un complesso cerimoniale. Le armature dei cavalieri divennero sempre più ricche e personalizzate con bardature e colori sgargianti.
I tornei erano quindi associati agli eventi mondani: nel 1468 a Pas de l'Arbre d'Or si tenne un torneo per celebrare il matrimonio del Duca di Borgogna; a Parigi nel 1559 si tenne per il matrimonio tra Filippo II di Spagna e Elisabetta, figlia di Enrico II di Francia, che vi rimase ferito a morte. La disfida di Barletta, nata da una questione d'onore nel 1503 tra 13 Francesi e 27 Italiani, vide la vittoria di quest'ultimi.
Nel 1474 presso Malpaga, Bartolomeo Colleoni indette in onore dell'ospite re Cristiano I di Danimarca un torneo ritratto dagli affreschi del Minkiolino.
Riguardo ai tornei fiorirono racconti e leggende, ballate e canzoni di gesta: Poliziano con Stanze per la giostra esalta la vittoria di Andrea de simone nel 1474.
6. I cavalli
Ovviamente era importantissima la cura per i cavalli, sia dal punto di vista dell'addestramento che dell'equipaggiamento degli stessi.
I cavalli dovevano essere addestrati come per le battaglie vere a rispondere nella mischia senza tentennamenti ai comandi del cavaliere, a roteare e a rizzarsi per permettere poderosi colpi dall'alto verso il basso; era quindi necessaria una sintonia tra uomo e animale ottenibile solo con addestramento continuo. Per permettere al cavaliere un urto ottimale, nella giostra con divisorio ligneo o di tessuto tra i partecipanti in corsa era indispensabile che l'animale fosse ben addestrato a tenere il galoppo sul piede destro, da cui appunto il nome destriero.
L'armamento dell'animale serviva a proteggere lo stesso ed il suo cavaliere. La sella aveva un arcione ampio per proteggere il basso addome e a volte anche le coscie del cavaliere. La testiera era molto spessa e copriva gran parte della visuale del cavallo in modo che il cavallo non reagisse di propria iniziativa nello scontro. L'ornamento comprendeva una vistosa gualdrappa di stoffe dei colori del cavaliere.

Manifesto commemorativo del IV centenario della Disfida di Barletta
7. L'eredità dei tornei
Dalla metà del XVI secolo, tornei e giostre persero i caratteri originari, venendo meno nella società gli ideali da cui erano nati e mantenendo solo gli aspetti più spettacolari, come i sontuosi cortei.
Nacque il carosello praticato ancora oggi, ovvero una parata di cavalieri per celebrare ricorrenze o festività. Ancora oggi vengono praticati come evento cittadini esercizi da giostra in cui bisogna infilzare con la lancia anelli sempre più piccoli o colpire pali o busti roteanti, come ad esempio:
Giostra della rocca
Giostra del Saracino
Giostra cavalleresca (Sulmona)
Giostra dell'orso
Giostra del monaco
Giostra della Quintana
Palio del Niballo
[Palio Storico Citta'di Angri](SA)( Giostra con lancia tra due Cavalieri )
( secondo le antiche consuetudini Cavalleresche )
Talvolta le Giostre sono inserite tra gli spettacoli proposti nel corso di Feste medievali

LA CATAPULTA


Una catapulta è una macchina da assedio che sfrutta un braccio per scagliare con tiro curvo grosse pietre di cento, duecento e più libbre e i proiettili di ferro e di piombo. Fra due montanti verticali, era disposta orizzontalmente una matassa attorcigliata, in mezzo alla quale era piazzata l'estremità di un braccio di legno. L'altro capo del braccio era terminato da una specie di cucchiara in cui si mettevano dei blocchi di legno o di metallo, che formavano una vera e propria mitraglia oppure dei liquidi infiammabili chiusi in un recipiente. Per far agire la macchina, si abbassava il braccio orizzontalmente, piazzando il proiettile nella cucchiara e poi lo si liberava per mezzo dello scatto. Il braccio ritornava con forza e scagliava il proiettile, che continuando il movimento ricevuto dall'impulso, abbandonava il braccio e descriveva una parabola. Il nome deriva dal greco "kata pelta", ovvero "attraverso lo scudo": il pelta è il piccolo scudo di legno e cuoio della fanteria leggera greca. Originariamente infatti la catapulta scagliava dardi capaci di trapassare le corazze meno robuste. Con il tempo il termine è passato ad indicare una qualsiasi macchina che scaglia un oggetto, ma con catapulta generalmente ci si riferisce alla macchina da assedio medioevale, il cui nome specifico è onagro.
Le catapulte venivano solitamente assemblate sul luogo dell'assedio, e gli eserciti portavano con loro pochi o nessun pezzo di tale macchina, in quanto il legno era solitamente disponibile sul posto.

Storia
Le prime catapulte appaiono nel mondo greco verso la fine dell'epoca classica; tra i primi ad adottarle furono Dionisio di Siracusa e Onomarco di Foci. Lo stesso Dionisio di Siracusa introdusse l'idea di usarle come copertura sul campo di battaglia oltre che come strumento di assedio: le usò per attaccare la flotta Cartaginese che soccorreva la alleata città di Mozia che egli stava assediando(Diod.XIV,50,4).
Le catapulte aumentarono potenza e gittata nel periodo ellenistico, soprattutto grazie all'introduzione delle catapulte a torsione e al loro perfezionamento. Possiamo seguire il loro sviluppo attraverso la lettura dei trattati sull'argomento scritti da Bitone, Filone di Bisanzio, Erone di Alessandria e altri autori.
Nel periodo imperiale e nella tarda antichità la potenza delle catapulte andò decrescendo, finché se ne abbandonò la costruzione. Nel medioevo fu introdotto il trabucco a contrappeso, ma si trattava di un'arma molto meno efficace delle antiche catapulte a torsione, che d'altra parte fu presto resa obsoleta dall'avvento della polvere da sparo.
Catapulta ricostruita e funzionante si può ammirare nel castello di Laterina in provincia di Arezzo.
Tipi di catapulta [modifica]
Le catapulte possono essere classificate secondo il concetto fisico usato per immagazzinare e rilasciare l'energia necessaria alla propulsione del proiettile.
Le prime catapulte erano tensionali, sviluppate dalla balestra: una parte sotto tensione propelle il braccio che scaglia il proiettile, in maniera molto simile ad una balestra gigante.
Successivamente vennero sviluppate le catapulte torsionali, che sfruttavano l'elasticità di torsione prodotta da fasci di fibre elastiche. A questo fine erano usati tendini, crini e anche capelli.
Anche gli onagri, costruiti dai Romani, sfruttavano lo stesso principio. Querste armi avevano un braccio che terminava con una fionda contenente il proiettile. L'altra estremità del braccio era inserita in corde o fibre che venivano torte (nevrobalistica), fornendo al braccio la forza propulsiva.
I tipi di catapulta in uso nel Medioevo, insieme alla petriera, che non è altro che l'antica balista romana modificata, sono il trabucco e il mangano, entrambi medievali, che usano la gravità: nel caso del trabucco grazie a un pesantissimo contrappeso e la trazione umana, tramite corde tirate da decine o centinaia di uomini contemporaneamente, nel caso del mangano. I proiettili, a seconda del peso del contrappeso e del numero degli addetti alle corde, andava da poche decine di chili fino a ben oltre la tonnellata (il record è di quasi 1500 chili nel caso dei proiettili lanciati dai trabucchi veneziani nell'assedio di Zara). Nel caso del trabucco, il contrappeso in caduta spinge verso il basso un'estremità del braccio, mentre il proiettile viene scagliato da una lunga fionda collegata all'altra estremità, essenzialmente come una fionda collegata ad una gigantesca altalena. La gittata di queste macchine (a seconda del peso del proiettile) era di circa 300-400 metri per la balista romana, 200-600 metri nel caso dell'onagro, 100 - 300 metri per la petriera medievale, e 100 - 200 per il mangano e trabucco.

lunedì 28 settembre 2009

LA CITTA DI AVALON

Avalon è un'isola leggendaria, situata da qualche parte nelle isole britanniche, famosa per le sue belle mele. Secondo alcune teorie, la parola Avalon è una traslitterazione inglese del termine celtico Annwyn, cioè il regno delle fate, o Neverworld. Nella sua Historia Regum Britanniae Goffredo di Monmouth ha dato al nome il significato di Isola delle Mele, cosa molto probabile, visto che in bretone e in cornico il termine usato per indicare mela è Aval, mentre in gallese è Afal, pronunciato aval. Il concetto di un'"isola dei beati" è presente anche altrove nella mitologia indoeuropea, in particolare nel Tír na nÓg e nelle greche Esperidi (queste ultime famose per le loro mele).
Secondo alcune leggende (cfr. il poeta Robert de Boron), Avalon sarebbe il luogo visitato da Gesù e da Giuseppe d'Arimatea e quello dove, proprio Giuseppe d'Arimatea, dopo aver raccolto il sangue di Cristo in una coppa di legno (il Sacro Graal), si rifugiò, fondando anche la prima chiesa della Britannia. Oggi l'isola di Avalon è normalmente associata alla cittadina di Glastonbury, in Inghilterra. Sarebbe anche il luogo in cui fu sepolto Re Artù, trasportato nell'isola su una barca guidata dalla sorellastra, la Fata Morgana. Secondo la leggenda, Artù riposa sull'isola, in attesa di tornare nel mondo quando questo ne sentirà nuovamente il bisogno.
Per alcuni Avalon andrebbe identificata con Glastonbury. A partire dagli inizi dell'XI secolo, prese corpo la tradizione secondo cui Artù fu sepolto nella Glastonbury Tor, che in passato era circondata dall'acqua, proprio come un'isola. Durante il regno di Enrico II, secondo il cronista Giraldo Cambrense e altri, l'abate Enrico di Blois commissionò una ricerca, che, a una profondità di 5 metri, avrebbe portato alla luce un enorme tronco di quercia o una bara con un'iscrizione: "Qui giace sepolto l'inclito re Artù nell'isola di Avalon". I resti furono sotterrati di nuovo davanti all'altare maggiore, nell'abbazia di Glastonbury, con una grande cerimonia, a cui parteciparono anche re Edoardo I e la sua regina. Il luogo divenne meta di pellegrinaggio fino al periodo della Riforma protestante. Una vicina vallata porta il nome di Valle di Avalon. Comunque, la leggenda di Glastonbury è stata spesso considerata falsa.
Secondo altre teorie, Avalon sarebbe l'Ile Aval o Daval, sulla costa della Bretagna, oppure Burgh-by-Sands, nel Cumberland, che al tempo dei romani era il fortilizio di Aballava, lungo il Vallo di Adriano, e vicino Camboglanna, al di sopra del fiume Eden, ora Castlesteads. Per una coincidenza, il sito dell'ultima battaglia di Artù si sarebbe chiamato Camlann. Per altri Avalon sarebbe da ubicare sul Monte di san Michele, in Cornovaglia, che si trova vicino ad altre località associate con le leggende arturiane. Questo monte, è in realtà isola che si può raggiungere quando c'è bassa marea.La questione è confusa da leggende simili e toponimi presenti in Bretagna.
Avalon, comunque, resta nell'immaginario collettivo un'isola magica, dove continuano a vivere le vecchie tradizioni dei celti e dove la Grande Dea viene onorata dai druidi e dalle sacerdotesse. Sono proprio queste ultime, sempre secondo le leggende, ad aver nascosto l'isola con una fitta nebbia, rendendo il luogo accessibile solo a chi ha la conoscenza per aprire questo incantesimo. L'isola di Avalon veniva chiamata anche "Inis witrin" (cioè "isola di vetro") per l'abbondanza di guado, pianta che sfuma sull'azzurro e che i guerrieri celti utilizzavano per tingersi la faccia per andare in battaglia.
Avalon nella cultura moderna [modifica]
La trama del videogioco "Tomb Raider: Legend" ruota attorno a degli altari di pietra sparsi per il mondo

IL FEUDALESIMO






Tra IX e X secolo l'Europa, che aveva conosciuto un momento di prosperità durante la nascita dell'Impero carolingio, era presto ripiombata nell'insicurezza e nella difficoltà indotta dalla mancanza di un potere centrale, causata da una vera e propria destrutturazione dell'organizzazione regia carolingia, senza garanzia della salvaguardia dei cittadini, il tutto aggravato dalle nuove incursioni di Normanni, Saraceni e Ungari.
In questo contesto nacque "dal basso" la richiesta di nuove strutture di potere che andassero a colmare spontaneamente quei vuoti di potere deferiti dalla lontana monarchia imperiale. Ne nacque così il fenomeno dell'incastellamento, con la costruzione di insediamenti fortificati da cinte murarie, dove era presente la dimora del signore locale ("mastio", "cassero" o torre), i magazzini delle derrate alimentari, degli strumenti di lavoro e delle armi, le abitazioni del personale e, attorno ad esso, le varie unità insediative e produttive. Le persone che gravitavano attorno al castello erano tutte legate da precisi rapporti di dipendenza al signore. La "castellania" era la circoscrizione attorno al castello, che si inquadrava a sua volta in unità giuridiche più vaste. Almeno in via teorica esisteva un sistema gerarchico piramidale che si ricollegava ai pubblici ufficiali che possedevano una signoria (duchi, marchesi e conti), che a loro volta dipendevano dal sovrano. Nella pratica sopravviveva anche la libertà personale e la proprietà privata diretta (l'"allodio"), anche se i liberi proprietari erano spesso portati a rinunciare al loro stato di rischiosa libertà in cambio di protezione.
Nell'847 il capitolare di Mersen invitava gli uomini liberi a scegliersi un capo tra gli uomini più potenti del territorio e mettersi sotto la sua protezione; e nel X secolo anche una norma del diritto anglosassone sanciva che l'uomo privo di un signore, se la famiglia non lo riconosceva come suo membro, era equiparato ad un fuorilegge. Questo provvedimento va inquadrato anche nel progetto di smilitarizzazione dei ceti più bassi. Nel mondo germanico infatti l'uomo libero era sinonimo di guerriero, per cui il diritto di possedere le armi, anche tra i più semplici contadini, era sinonimo di libertà e di rango. Con l'affinamento delle tecniche militari si procedette alla smilitarizzazione dei liberi di più bassa estrazione, obbligandoli a porsi sotto la protezione (e il controllo) dei "signores".

I VISCONTI


_______________I Visconti
Vicecomes, da cui derivò il cognome dei Visconti, era una carica, dapprima temporanea e successivamente vitalizia e conseguentemente ereditaria, che veniva assegnata dal vescovo nelle città in cui quest’ultimo, successo ai conti deteneva il potere (sec. X e XI). Il vicecomes amministrava la giustizia e nelle processioni di natale, S. Stefano e S. Giovanni precedeva l’arcivescovo con le insegne del suo rango. I primi documenti che citano i Visconti risalgono all’anno 1067 (Anselmo Visconti). Fu una famiglia con molte ramificazioni che aveva possedimenti nel novarese e nel milanese. Nella storia di Lacchiarella e della sua rocca assume particolare importanza Matteo I Visconti (1250 – 1322), nominato capitano del popolo nel 1287 dallo zio Ottone, arcivescovo di Milano. Gli storici concordano che entrambi possono essere considerati i fondatori del potere visconteo sul territorio di Milano.Secondo lo storico di Lacchiarella, Teodoro Cavallotti, Matteo Visconti fece ricostruire la rocca nel 1290 e porta, a sostegno di queste notizie, la presenza dei muri dell’edificio fortificato di un certo numero di fori attraverso i quali venivano Inserite le bocche da fuoco delle prime bombarde e l’esistenza di soffitti a volta con il caratteristico stemma visconteo. Nella rocca era acquartierato un presidio di circa 200 uomini comandati da un castellano. Lacchiarella, che nelle cronache dell’epoca viene chiamata Lattarella, ricorre spesso nelle vicende militari di Matteo Visconti soprattutto nelle lotte contro i Pavesi. Nel 1289, scrive il Giulini: “Matteo Visconti con tutta la milizia, cioè con tutti i militi di Milano, uscirono dalle mura e la sera accamparono parte al castello di Settezano (Siziano) e parte al borgo di Lattarella. In quella notte fu fatto un ponte sopra il Tesinello (Ticinello) presso a Lattarella e la mattina tutto l’esercito passò e, presa la strada pavese che ancora era da quella parte, s’incamminò direttamente alla volta di Pavia”. E ancora, in un altro evento del 1290: “quindi è che ai 17 di giugno il podestà marciò colle genti d’arme a Rosate e dopo tre giorni lo raggiunse Matteo Visconti col popolo, mostrando di voler portarsi un’altra volta coll’armata unita contro de’ Novaresi. Quando improvvisamente si rivolse verso il borgo di Lattarella, e fatto un ponte sopra il Tesinello, nel giorno di San Giovanni venne a Settezano”. Il Cavallotti, che scrisse un’accurata storia di Lacchiarella nel 1939 ed ebbe presumibilmente la possibilità di consultare l’archivio storico comunale, andato poi distrutto nell’immediato dopoguerra, ci ha lasciato una dettagliata descrizione della rocca che riteniamo doveroso riportare testualmente (pagg. 38 – 39 – 40): “la rocca si componeva di tre parti principali tutte e tre merlate: la parte più grande, una mediocre in cui si vedono gli incavi di due ponti levatoi ed una terza detta rocchino, che ora non esiste più perché demolita. La prima e la seconda parte, tutte e due congiunte e servite da una stessa scala, hanno tre piani. Al piano terreno molto rialzato della prima parte troviamo degli ampi locali a volta occupati al tempo dei Visconti dal grosso del presidio locale composto da circa 200 uomini comandati da un castellano, per la qual carica di castellano di Lacchiarella prestò giuramento il 5 novembre 1414, epoca dei Visconti, un certo Princivalli Arimani di Lodi; in quello della seconda parte ce ne sono altri, che erano occupati da un corpo di guardia, che aveva l’obbligo di guardare l’ingresso alla rocca dalla parte del rocchino e di manovrare i due ponti levatoi. Al secondo piano trovansi: un bel salone, un secondo locale di grandezza mediocre e due altri piccoli contigui, i quali hanno l’accesso da un pianerottolo, cui si giunge a mezzo della scala suddetta. Il salone che oggidì (1939) è il più grande locale del paese, ove in certe occasioni si tenevano riunioni di qualche importanza, feste da ballo e banchetti serviti dal vicino Albergo della Rocca, fu nei secoli passati sede del municipio, del podestà del comune e prima del 1796, sede di Pretura Regia, che fu poi trasferita a Binasco; i due locali piccoli, muniti ancora oggi di grossi anelli di ferro, erano adibiti a carcere; l’altro di mediocre grandezza era abitato dal carceriere. L’ultimo piano non era altro che un gran terrazzo tutto coperto e circondato da merli sul quale ogni giorno il carceriere di solito accompagnava i detenuti a respirare una boccata d’aria libera.La terza parte, ossia il rocchino, funzionava durante le ostilità, quando, per i ponti levatoi alzati delle altre due porte, nessuno poteva entrare in paese. Su di esso veniva calato il ponte levatoio esterno della rocca quando, col permesso, qualcuno doveva entrare in paese; fu demolito verso il 1845”. Si inserisce con Matteo Visconti nella storia di Lacchiarella una vicenda, forse una leggenda, data la mancanza di riscontri documentari, che ebbe per protagonista Zarina, figlia del signore di Milano. Innamoratasi di Ricciardino Langosco, conte di Pavia e acerrimo nemico del padre, fu da questi rinchiusa nel monastero delle Carmelitane di S. Maria del Coro a Coriasco, una frazione di Lacchiarella (attualmente esiste la cascina, ma non vi è più traccia del monastero). Matteo Visconti riuscì nell’ottobre 1315, con alcuni mercenari tedeschi, a penetrare in Pavia e ad uccidere in duello lo sfortunato Ricciardino Langosco (da: Storia di Lacchiarella di Teodoro Cavallotti).Nel 1447, con la morte di Filippo Maria Visconti, che non lascia eredi maschi, finisce la signoria milanese dei Visconti. Subentra il genero Francesco I Sforza che ha sposato Bianca Maria, figlia naturale di Filippo Maria.Inizia il periodo degli Sforza.

MAGO MERLINO LEGGENDA O REALTA






Merlin,un’avventurosa storia fantastica appena terminata ed à già entrata nella storia della TV.Puntate televisive con una media d’ascolto pari all’11% di share, seconda o terza solo a “R.I.S.”, un successo.Con l’ultima puntata della fortunata serie televisiva, si è sancita la definitiva mutazione delle gloriose gesta fantastiche dei Cavalieri di Camelot. Un pezzo della letteratura fantastica anglosassone, dove sia Re Artù che i Cavalieri della Tavola Rotonda, hanno accompagnato generazioni nel mondo surreale, facendole riflettere sulle virtù umane e valori cavallereschi a noi oggi sconosciuti. Non è da meno Sir Lancillotto che per la prima volta né si è visto, né ha potuto sfoderare la magica Exalibur.Come tutti abbiamo potuto vedere ed ascoltare, la storia di Merlin è antecedente all’ascesa di Artù come Re e lo stesso mago è giovinetto alle prime armi magiche, appena uscito dall’età adolescenziale. Che non fosse un pezzo della vera storia mai raccontata per esaltare solo le gesta del glorioso regno a noi noto? Può essere, ma nessuno mai ce lo ha raccontato e perciò la diffidenza prende il sopravvento sulle letture note.Scene ben curate, degne della produzione e dei costi affrontati dall’inglese BBC; effetti speciali da mozzafiato dirette da Julian Jones, immancabile a certi appuntamenti. Momenti di tensione fra una magia ed una bestia fantastica belligerante e sempre assetata del sangue reale. Draghi, maghi, streghe, unicorni, pozioni magiche all’inverosimile, tutti ingredienti surreali che fanno dei “nuovi” racconti di Camelot un’alterazione fortunata, voluta per esaltare le nuove generazioni che si alimentano oramai a suon di giochi e gesta leggendarie su consolle games preconfezionate e sempre più esigenti.La domanda vien lecita:” E se la storia leggendaria di Camelot con il suo mago Merlino fosse un’altra? Se i testi finora letti non erano altro che surrogati di altre storie che nell’insieme hanno generato le gesta dei mitici Cavalieri anglosassoni?” Eppure di testimonianze identiche ne abbiamo molte: libri con egual racconti, film con la stessa trama, a volte appena alterata per esaltare le produzioni cinematografiche, ma in sostanza la storia è quella. Re Artù che con i suoi Cavalieri e fra tutti Sir Lancillotto intorno alla mitica Tavola Rotonda che oggi neanche viene menzionata (è vero, Artù non è ancora Re), Morgana ieri fata oggi sorellastra di Artù, Ginevra la futura moglie, e perciò obbligatoriamente secondo i canoni del tempo doveva essere di sangue blu, oggi non è altro che una serva di Corte, le bestie surreali che nel vecchio racconto non v’è menzione a parte i draghi, e poi, Exalibur a volte generata e donata dalla Fata del Lago, a volte fabbricata da un umile fabbro con un metallo extraterrestre e temprata da un drago, utilizzata dal padre di Artù per poi messa a riposare nel lago invece che nella famosa roccia, su cui i racconti abbondano e si perdono nella notte dei tempi.Alterazioni “fantastoriche” che, agli occhi dei più piccoli, smentiscono i racconti fatti alle loro sincere domande. Noi, uomini degli …enta e …anta conosciamo tutt’altra storia, quella finora raccontata ai nostri piccoli. Una storia ambientata nel pieno Medioevo con scarse menzioni del padre di Artù, Re Uther Pendragon che da studi fatti sarebbe vissuto molto tempo prima dell’era arturiana tale da essere un uomo ultracentenario. Una figura che di vero ha ben poco, tale da essere considerata semimitica ed associata a “Rhi di Cymro” sovrano dell’antico Galles. Ma non a caso la storia di Merlin (l’attuale serie tv) è ambientata in un’ Inghilterra prossima all’anno 1000 d.C., era predominante fra la cultura sassone e quella celtica. Certamente, quella di Merlin è una storia bella da vedere, non lo metto in dubbio, ma totalmente diversa dai racconti mitologici ed avventurosi che conosciamo; una storia confezionata ad hoc per esaltare le nuove mode televisive, conforme ai recenti movies come “I racconti di Narnja” o “La bussola d’oro, o come “Smalville” un racconto simile al glorioso “Superman” ma con alterazioni più giovanili. Insomma una storia rivisitata per le nuove generazioni. Che almeno si abbia la bontà di ammettere l’incongruenza con i testi che la riportano, che si informi il pubblico della rivisitazione post-moderna della leggenda, almeno siamo coscienti, anche se per la verità la storia di Camelot è stata sempre avvolta da misteri e raccontata in più versioni.Sapete, è davvero buffo, oggi si è creata una disputa fra padri e figli (ovviamente pacata e scherzosa) sulla vera storia di Merlino, due fronti di pensiero, quasi fosse un argomento di studio da sviluppare. Vedete, ne stiamo parlando e questa è la testimonianza che la diversità del racconto ha funzionato. La reazione alla diversità narrativa sugli eventi, ha contribuito alla vittoria della produzione televisiva, siglandone il successo.Se poi, di contorno alle vicende vissute innanzi al televisore, vi sono luoghi e immagini già viste in altre fortunatissime produzione, beh, la disputa dei padri con i figli è persa. Vedere il castello e le sue stanze, la foresta, il lago, luoghi ben noti ai più piccoli, visti e rivisti nelle altrettanti intraprendenti ed entusiasmanti gesta del mago moderno più famoso del secolo, Harry Potter, la veridicità dei vecchi racconti, agli occhi dei più piccoli, decade mestamente senza possibilità di replica.Vedere in tv film vecchi sulle gesta di Camelot, prima della mandata in onda della prima puntata di Merlin, ad oggi è stata la ciliegina sulla torta, una ciliegina non rossa, ma di un color differente, come lo è “Merlin”, un colore evanescente stile modding, consono alle attuali abitudini giovanili (e sinceramente anche più mature – piccolo mea culpa).A parte tutto, Merlin è stato un racconto avvincente, al passo con i tempi, bello.Ho deciso, da oggi terrò in casa due copie della storia di Camelot: la vecchia e la nuova, quasi fosse la Bibbia con i suoi testi antichi e nuovi, ma li le vicende son ben diverse, identificate e replicate nel tempo sempre nello stesso modo.La continua della serie televisiva è d’obbligo, lo si spera. Conoscere altri particolari della nuova narrazione della fortunata leggenda rivisitata e modificata, fa di Merlin il futuro colossal televisivo da seguire nei tempi avvenire. La curiosità di sapere se qui Artù diverrà Re è lecita, di vedere con chi si sposerà visto che Ginevra ha un ruolo non reale, se Exalibur ritornerà e con essa comparirà l’atteso Lancillotto con le sue gesta da cavaliere e da amante furtivo, se Morgana sarà la strega o la fata. Certamente Merlin non sarà il noto Mago Merlino.Secondo me ne vedremo delle belle. L’invito è di attenderlo e seguirlo nella prossima produzione, sempre se verrà prodotta.Sono più che convinto che il successo avuto quest’anno non passerà in secondo piano.Nell’attesa, mi tufferò alla ricerca di altri particolari storici avvolti da racconti leggendari, per ottenere quante più informazioni sperando di confrontarle nei prossimi attesi episodi.Nico Baratta

IL CASATO DEI MALASPINA


Malaspina è il nome della nobile famiglia italiana discesa dal ceppo degli Obertenghi che resse la Lunigiana e, dal XIV secolo, il marchesato di Massa e Carrara. Suo capostipite fu Oberto, che fu conte palatino attorno alla metà del X secolo e dal 951 Conte di Luni e Marchese della marca da lui detta obertenga, nella Liguria Orientale (Genova, Tortona, Luni e zone limitrofe). Questo ampio territorio andò riducendosi e spezzettandosi sia per l'adozione del diritto longobardo che prevedeva la spartizione dei beni tra tutti i figli maschi, sia per la pressione dei nascenti comuni (Genova, Piacenza, Tortona e Pavia). Dei suoi discendenti nel 1220 erano rimasti solo Corrado e Opizzino che furono confermati dall'imperatore nei loro feudi e che nel 1221 divisero le loro signorie: Corrado ebbe la Lunigiana a ovest del Magra e la val Trebbia in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Secco; Opizzino ebbe la Lunigiana a est del Magra e la valle Staffora in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Fiorito.
Linea dello Spino Secco

Dai figli di del capostipite Corrado, ricordato da Dante Alighieri come l'antico, derivarono (divisione effettuata nel 1266) quattro ulteriori linee.
Malaspina di Mulazzo

Trassero origine da Moroello (morto nel 1284), il cui marchesato di Mulazzo fu mantenuto dagli eredi fino all'abolizione del feudalesimo, e si estinse (1810) con il marchese Alessandro Malaspina, celebre politico e navigatore. Tra le linee collaterali derivate da questa ricordiamo:Malaspina di Cariseto, da Cariseto frazione di Cerignale in Val Trebbia Malaspina di Santo Stefano, da Santo Stefano d'Aveto, in Val Trebbia Malaspina di Edifizi, da Edifizi frazione di Ferriere in val Nure. Malaspina di Casanova, da una Casanova probabilmente presso OttoneMalaspina di Fabbrica, da Fabbrica frazione di Ottone Malaspina di Ottone, da Ottone in Val Trebbia Malaspina di Orezzoli, da Orezzoli, frazione di OttoneMalaspina di Frassi, da Frassi
Malaspina di Giovagallo

Trassero origine da Manfredo, figlio di Corrado l'antico. Possedevano il castello di Giovagallo (frazione di Tresana in Lunigiana) con la zona circostante. Si estinsero alla metà del XIV secolo ed i loro feudi passarono alla linea di Villafranca (vedi sotto).
Malaspina di Villafranca

Trassero origine da Federico, figlio di Corrado l'antico, ed ebbero il castello di Villafranca in Lunigiana con le terre vicine. Si sono molto ramificati, sopravvivendo alla fine del feudalesimo, ed esistono tuttora in varie linee. Di esse alcune hanno avuto proprie signorie. Ricordiamo:Malaspina di Cremolino, da Cremolino nel Monferrato Malaspina di Lusuolo, da Lusuolo frazione di Mulazzo in LunigianaMalaspina di Tresana, da Tresana in LunigianaMalaspina di Licciana, da Licciana Nardi in Lunigiana Malaspina di Bastia, da Bastia, frazione di Licciana NardiMalaspina di Terrarossa, da Terrarossa, frazione di Licciana NardiMalaspina di Ponte Bosio, da Pontebosio, frazione di Licciana NardiMalaspina di Monti, da Monti frazione di Licciana Nardi Malaspina di Suvero, da Suvero, frazione di Rocchetta di Vara Malaspina di Podenzana, da Podenzana in Lunigiana
Malaspina di Pregola

Trassero origine da Alberto (morto nel 1298), figlio di Corrado l'antico. Ebbero il feudo di Pregola (fraz. di Brallo di Pregola) con un vasto territorio sul lato sinistro della Val Trebbia (il fiume divideva i loro feudi da quelli del ramo di Mulazzo), a monte di BobbioMalaspina di Vezimo, da Vezimo frazione di Zerba in Val TrebbiaMalaspina di Pei e Isola, da Pei, frazione di ZerbaMalaspina di Alpe e Artana, da Alpe frazione Di Gorreto e Artana fraz. di OttoneMalaspina di Pregola, Campi e Zerba, da Zerba e Campi frazione di Ottone
Linea dello Spino FioritoDa tre nipoti e un figlio superstite del capostipite Obizzino, per divisione attuata nel 1275, ebbero origine quattro ulteriori linee.
Malaspina di Varzi

Discesero da Azzolino, nipote di Obizzino e figlio di Isnardo. Azzolino, in accordo col fratello Gabriele, tenne per sé i soli feudi lombardi, localizzati in valle Staffora attorno a Varzi. Il marchesato di Varzi fu diviso tra i suoi tre figli.Malaspina di Fabbrica, da Fabbrica Curone valle StafforaMalaspina di Varzi, linea primogenitaMalaspina di Santa Margherita, da Santa Margherita di StafforaMalaspina di Casanova, da Casanova Staffora, frazione di Santa Margherita di StafforaMalaspina di Bagnaria, da Bagnaria
Malaspina di Fivizzano Discesero da Gabriele, nipote di Obizzino e figlio di Isnardo, che morì prima della divisione del 1275. Spinetta Malaspina detto il Grande (morto nel 1398) ebbe importanti incarichi politici presso vari Stati italiani. Ricciarda I sposò a Lorenzo Cybo, da cui discesero i Cybo-Malaspina, successivi marchesi e poi Principi di Massa e Carrara. Questo ramo della famiglia ebbe poi vari rami collaterali, tra cui:Malaspina di Sannazzaro, da Sannazzaro de' Burgondi presso PaviaMalaspina di Fosdinovo, discesero da Galeotto, figlio di AzzolinoMalaspina di Olivola, da Olivola frazione di AullaMalaspina di Verona, ebbero origine da Spinetta figlio di Antonio Alberico I di Fosdinovo Malaspina di Gragnola, da Gragnola frazione di Fivizzano.
Malaspina di OlivolaTrassero

origine da Francesco, figlio di Bernabò e nipote di Obizzino. Ebbero terre sia in Lunigiana (Olivola, frazione di Aulla) sia in Lombardia. Tutti i discendenti furono assassinati nel 1413 nel castello di Olivola. I loro feudi furono spartiti tra gli altri rami della famiglia (Fosdinovo e Godiasco).
Malaspina di Godiasco

Discesero da Alberto, figlio di Obizzino, che nella divisione del 1275 coi nipoti ebbe feudi sia in Lunigiana sia in Lombardia, in particolare a Filattiera (per cui furono inizialmente detti anche Malaspina di Filattiera,

titolo poi rimasto solo a una linea) e di Oramala (fraz. di Val di Nizza). Malaspina di Castiglione e Casalasco, da Castiglione del Terziere e da Casalasco Malaspina di Bagnone e Valverde, da Bagnone e ValverdeMalaspina di Treschietto e Piumesana, da Treschietto e da Piumesana Malaspina di Filattiera e Cella,

da Filattiera e CellaMalaspina di Malgrate e Oramala, da Malgrate e da Oramala Malaspina di Sagliano, da Sagliano Crenna frazione di Varzi

IL PALIOTTONE

SETTEMBRE IN LOMELLINA 2009


SETTEMBRE IN LOMELLINA esordisce come convenzione intercomunale e nel marzo 2008 si trasforma in una associazione che ha come obiettivo la promozione e valorizzazione del territorio, appoggiando e organizzando manifestazioni ed eventi di carattere tradizionale, storico e culturale, oltrechè curare pubblicazioni di vario genere a sostegno delle stesse. Per esempio, ogni anno si realizza un fumetto che ha come protagonista un personaggio inventato (LINO LOMEL) che con le sue "indagini" riesce a risolvere l'enigma di fatti strani che succedono nei sei paesi dove hanno luogo i Palii, che potrebbero comprometterne il buon esito: il nostro eroe porta a termine la sua "missione" coinvolgendo i personaggi reali che a vario titolo sono impegnati nelle manifestazioni.
Ne fanno parte associazioni che già organizzano PALII E RIEVOCAZIONI STORICHE.
I paesi interessati sono: Cergnago con il Palio del Bove Grasso, Garlasco con il Paliottone, Mede con il Palio d'la ciaramela, Mortara con il Palio dell'Oca, Robbio con il Palio dl'Urmon, Valle Lomellina con il Palio di Barlafus. Tutti gli eventi hanno luogo nel mese di settembre.
GARLASCO


IL PALIOTTONE

12 / 13 SETTEMBRE 2009

L'epoca storica è quella dell'anno Mille e il protagonista è OTTONE II di Sassonia, Imperatore e Re d'Italia e Germania (da lui la denominazione della manifestazione). In un editto del 30 settembre 981 egli assegna il possesso dell'abitato di Garlasco al Monastero di San Salvatore di Pavia. Festa medioevale con musici, giocolieri e mangiafuoco, sbandieratori, accampamento, corteo storico e disputa del Palio da parte degli arcieri. Oltre ai piatti tipici del paese è presentato anche un banchetto con degustazioni medioevali.
Info: Assoc. Medioevale Garlaschese 3470482536 www.settembreinlomellina.it

sabato 26 settembre 2009

LA STORIA DI RE ARTU


Anzitutto, una domanda: chi era veramente quest'eroe semileggendario ?
Una cosa è certa: si tratta di una figura storica, non di un personaggio da romanzo
come don Rodrigo o di una figura paradigmatica come Gregor Samsa.
Quasi certamente si tratta di uno dei capi bretoni che animarono la vittoriosa
resistenza dei Celti della Cornovaglia contro la conquista anglosassone alla fine
del V e all'inizio del VI secolo d.C. La prima fonte britannica che parla di Artù è
infatti un accenno del « Gododdin », testo del VI secolo dove appare come capo
guerriero. Più tardi gli « Annales de Cambrie » del X secolo menzionano la vittoria
ali Artù a Mont-Badon nel 516 e la battaglia di Camlann in cui Artù e Mordret
si uccisero a vicenda (537). La materia assume poi tratti epici nell'« Historia
Brittonum », cronaca in latino di Nennius del X secolo, e nel « Roman de Brut »
di Robert Wace (XI secolo) dedicato all'omonimo nipote di Enea, mitico avo dei
Bretoni. Da tali testi il vescovo Goffredo di Monmouth trasse l'« Historia Regum
Britanniae » (1135): l'opera mischia storia e tradizioni celtiche e cristiane,
con l'intento di dotare i britanni di un eroe nazionale pari a Carlo Magno. Nell'Historia
troviamo Merlino, Vortigern, Uter Pendragorn, Ginevra, ma nessun
accenno a Parsifal, Lancillotto o al Sacro Graal, che entra nella saga solo nell'incompiuto
poema « Perceval » (1190) di Chrétien de Troyes e nel « Parzifal » di
Wolfram von Eschenlbach. In precedenza, gli eroi arturiani erano comparsi nei
Lais di Marie de France (1167), poemetti amorosi e fantastici, e nei due Tristano
di Béroul e di Thomas (1165-70). Nei poemi di Chrétien, di Wolfram e di altri
contemporanei il calice è un vaso sacro dotato di mistici poteri. Solo nel poema
di Robert de Roron « L'Estoire du Graal » (1202) compare il Calice del sangue di
Cristo custodito da Giuseppe di Arimatea. A Roron seguì la monumentale summa
arturiana costituita da Lancelot, La cerca del Graal, La morte di Artù, opera
di più autori che, dalla metà del '200, ispirò poeti, musicisti, cineasti: dall'anonimo
« Sir Gawain e il cavaliere verde » del 1360 alla « Morte di Artù » di sir Thomas
Malory del 1485, fino alle opere di Wagner Lohengrin (1848), Tristano e Isotta
(1865), Parsifal (1882); ma anche al film « I cavalieri della Tavola Rotonda »
(1954) con Mel Ferrer, Ava Gardner e Robert Taylor, allo splendido lungometraggio
Disney « La Spada nella Roccia » (1963) ed al recentissimo « Arthur »,
che tenta di incastrare la leggenda arturiana nella storia del morente impero romano.
Secondo la leggenda, costruita nel corso di tutte queste generazioni di letterati
come una cipolla per strati successivi, Artù sarebbe stato figlio di Uter Pendragon,
re di Britannia dopo la partenza delle legioni romane, e di Igerna, vedova
del duca Hell di Cornovaglia. Sarebbe nato nel castello di Tintangel intorno al
460 d.C. e sarebbe morto sul campo di battaglia di Camlann nel 537 d.C., ucciso
dal figlio Mordret, da lui avuto dalla sorellastra Morgana, figlia di Hell e di Igerna.
Quanto al nome Artù, potrebbe derivare dai termini celtici Art ("Roccia"),
o Artos Viros ("Uomo Orso", in gaelico Arth Gwyr). Ma cosa possiamo rintracciare
oggi, di tutta questa storia leggendaria?
Le rovine del castello di Tintagel
È certo che nel 410 d.C. l'imperatore Onorio, l'inetto figlio di Teodosio il Grande,
fu costretto a ritirare le proprie legioni dalla Britannia, peraltro mai completamente
romanizzata, per difendere le Gallie e l'Italia dagli attacchi dei visigoti.
Dopo un inutile appello a Roma, i re e i duchi dei Britanni decisero di eleggere
un re supremo, cui tutte le tribù dovevano obbedienza, per resistere alle prepotenti
scorrerie dei Pitti e degli Scoti. In tal modo la Britannia fu l'unica tra tutte le
province romane a tornare allo status precedente la conquista, dopo la caduta
dell'Impero. Ai nemici tradizionali, sul morire del IV secolo, si sommarono le
invasioni degli Juti e dei Sassoni, provenienti dalla penisola Scandinava. I britanni
erano già in larga parte cristiani, convertiti da San Patrizio e san Giorgio
verso il 300 d.C., mentre i Sassoni erano ancora pagani, e perciò venivano temuti
dai britanni quanto un vampiro teme l'acqua santa. Il primo di questi grandi re
sarebbe stato ucciso dal pagano Vortirgern, a sua volta poi eliminato dal figlio
dello spodestato, Uter Pendragon appunto. Questi durante il regno di Vortrgern
sarebbe stato accolto a Benoic nell'Armorica (l'attuale piccola Bretagna) dal vecchio
re cristiano Celidon, padre di re Ban, a sua volta padre del leggendario
Lancillotto, e discendente dal leggendario capo Nascien, che secondo la tradizione
era stato convertito da Giuseppe d'Arimatea. Come si vede, attorno ad Artù
ruota una galassia di personaggi veri o fittizi la cui realtà storica oggi non è
più rintracciabile in alcun modo, perché deformata dalla leggenda. Comunque
Artù fu comunque uno dei generali dei Britanni, forse proprio un ex generale
romano come mostra il film « Arthur », che seppe radunare attorno a sé abbastanza
armati da organizzare un'efficace resistenza, ed impedire ai Sassoni di
conquistare Galles e Cornovaglia oltre alla Britannia. Non vi siete mai accorti
che nelle saghe arturiane non compare mai il nome di Londra? La ragione è incredibilmente
semplice: Londra cadde subito in mano sassone. Tutti i più importanti
nomi dell'epopea celtica, a partire da Camelot, contengono la radice gallese
Caer, che significa semplicemente "castello" (ricorda il latino Castrum). Dove
fosse la reggia di Artù, comunque, nessuno lo sa con certezza. E gli altri luoghi
della saga?
Tuttora esistono rovine di un castello a Tintangel, su un promontorio della costa
della Cornovaglia, sotto il quale esistono effettivamente resti di età tardoromana.
Nel 1983 una serie di incendi portò alla luce le fondazioni di edifici di forma
rettangolare, dove l'archeologo Charles Thomas rinvenne ceramiche provenienti
dalla Gallia ma anche dall'Africa del Nord e addirittura dal Mediterraneo Orientale.
Ciò dimostra la notevole rilevanza commerciale del sito; i reperti permettono
di seguirne la storia dal momento della sua costruzione nel III secolo, fino alla
distruzione causata dall'attacco anglosassone. Ed il periodo di fioritura di Tintagel,
come si vede, è coerente con la cronologia tradizionale della saga resa celebre
da Chretien de Troyes.
La torre dell'abbazia di Glastonbury
Ma non finisce qui. Infatti nel 1998 Chris Morris, dell'università di Glasgow, ritrovò
a Tintagel una pietra di scolo su cui era incisa un'iscrizione latina con alcune
rune celtiche, la quale recitava « PATER COLI AVI FICIT ARTOGNOV »,
ossia « Mi ha fatto Artognov, padre di un discendente di Col ». Naturalmente
nulla ci autorizza a credere che questo Artognov sia l'Artù delle saghe, ma la notizia
suscitò ugualmente grande scalpore: si tratta infatti della prova definitiva
che un nome simile a quello del più grande re dei Britanni era comunque in uso
nella Britannia del V secolo.
Nessuna targa con il nome di Camelot è invece stata trovata sulla collina di
South Cadbury, nel Somerset, dove la tradizione vuole che Artù avesse la sua
reggia. Anche qui, tuttavia, gli scavi hanno riservato sorprese: i resti di un grande
edificio costruito tra il 460 e il 500 d.C., in piena età arturiana dunque, dove
era utilizzato lo stesso vasellame di Tintagel. South Cadbury era quindi un complesso
importante: non un castello nel senso che questa parola assumerà dopo
l'anno mille, ma piuttosto un quartier generale fortificato, certamente in grado di
ospitare un re con il suo esercito. Era questa la casa di Artù?
Resti dell'abbazia di Glastonbury e, in primo piano,
il sito della presunta tomba di Artù e Ginevra
Camlann, il campo di battaglia dove Artù trovò la morte, significa "recinzione
rotonda" dal celtico Camb, "curvo", e Landa, "terreno cintato". È stato identificato
con Camelford, in Cornovaglia, ma nessun reperto ha suffragato l'ipotesi.
A Glastonbury, nel Somerset, la tradizione colloca invece la mitologica isola di
Avalon o isola dei druidi, dove Artù sarebbe stato sepolto. Cosa c'entra Avalon
con Glastonbury, che non si trova sul mare? Oggi abbiamo la certezza del fatto
che Glastonbury nell'Alto Medioevo era circondata dalle acque di una vasta palude,
dalla quale emergeva come un'isola. Anticamente il sito si chiamava Ynis
Witryn, "isola di vetro": era una collina che sorgeva appunto come un'isola
da un mare di acquitrini, di canali, di sentieri e terrazzamenti; e, secondo
le leggende locali, a Glastonbury si spalancava la porta ("Tor") degli
inferi. Nel 1191 i monaci della vicina abbazia, oggi in rovina, dichiararono di aver
trovato i resti delle sepolture di Artù e Ginevra sul lato meridionale della
Cappella, resti che il 19 aprile del 1278 sarebbero stati rimossi e traslati in una
tomba di marmo bianco alla presenza di re Edoardo I e della regina Eleonora.
Questa tomba sarebbe poi sopravvissuta fino alla soppressione dell'abbazia nel
1539, in seguito all'avvento della Riforma Protestante: così almeno si legge su
una didascalia tuttora presente sulla presunta tomba. Tuttavia è inutile dire che
la testimonianza è assai dubbia, e che le tombe potevano essere quelle di un qualunque
capo dei Celti e della sua consorte; un dato di fatto è invece la scoperta,
avvenuta nel 1966, dei resti di un insediamento del V secolo dopo Cristo, il che
dimostra come ogni tradizione nasca comunque da un nocciolo storico.
Come riferisce poi Enrica Salvatori in un pregevole articolo sul numero dell'ottobre
2004 della rivista "Quark", la storia ci ha tramandato i nomi di alcuni capi
bretoni vissuti in quell'epoca, che potrebbero essere identificati con i protagonisti
dell'epopea arturiana. Per esempio è certa l'esistenza di Riothamus, re dei Britanni
cui l'erudito latino Sidionio Apollinare, vescovo di Clermont-Ferrand,
scrisse una lettera nel 470 d.C. Riothamus altro non è che la versione latina del
celtico Rigotamos, che può essere tradotto con « Re Supremo », dunque si tratta
di un titolo e non di un nome proprio, come il Faraone della Bibbia. Tuttavia
Riothamus scomparse in Burgundia (l'attuale Borgogna) poco dopo il 470, quindi
i tempi non coincidono. Inoltro, essendo Siconio un vescovo della Gallia, è
quasi certo che i Britanni di cui Riothamus era re siano quelli fuggiti sul continente,
cioè nell'attuale Bretagna Francese che da loro prese il nome, per sfuggire
all'invasione sassone. Io però ho la mia ipotesi: Riothamus erano Ban o suo padre
Celidon. Allora sì i tempi corrisponderebbero a perfezione: la saga di Artù
parla appunto di una prematura morte di re Ban dovuta a tradimento.
Inoltre San Gildas, storico del VI secolo, canta con toni epici la grande vittoria
riportata dai britanni a Mount Badon contro i Sassoni intorno all'anno 493. Anche
se certamente le proporzioni della vittoria sono state esagerate, è certo che
questa sconfitta impedì ai Sassoni di conquistare Galles e Cornovaglia, che insieme
alla Piccola Bretagna francese restarono gli ultimi, estremi ridotti della
cultura celtica in Europa. Anche se Gildas non nomina mai Artù, la sua è un'ulteriore
conferma dell'esistenza storica di un forte capo dei britanni, sia esso stato
un capotribù indigeno o un generale romano-barbarico come Stilicone ed Ezio,
in grado di opporsi all'avanzata dei germani provenienti dal continente compiendo
imprese degne di essere cantate dai bardi e trasfigurati dalla leggenda.
Ma Artù è solo uno dei mille protagonisti della saga che porta il suo nome. Infatti
tra i doni di nozze di Leodegrant, padre di Ginevra, al suo sovrano c'era anche
una famosa tavola rotonda che Artù avrebbe fatto porre nella sala delle udienze
a Camelot; il leggendario re avrebbe quindi invitato a corte tutti i giovani rampolli
dell'aristocrazia britanna e, per superare le antiche divergenze, li avrebbe
creati tutti Consiglieri della Corona. Il Consiglio si riuniva appunto attorno alla
Tavola Rotonda per significare che anche il Re non era altro che il Primus inter
Pares; tra i campioni chiamati a far parte del Consiglio furono annoverati Caio o
Keu, il siniscalco del Re, Lionel, Gawain (il Galvano dei romanzi cavallereschi),
Perceval (il Parsifal di Wagner) e soprattutto Lancelot, il Lancillotto di Chretien
de Troyes. Purtroppo, però, tra i cavalieri della Tavola Rotonda, che tanto peso
hnnoa avuto nella costruzione della leggenda, soltanto Drystan (Tristano) è probabilmente
esistito; era figlio di Re Cynfawr, e i resti di quello che potrebbe essere
stato il suo castello si possono ancora ammirare sulla collina di Castle Dore, in
Cornovaglia. Invece quelle di Lancillotto e Ginevra sono sicuramente creazioni
posteriori per introdurre una vicenda amorosa nella saga epica. Qualcuno ha
tentato di identificare Lancillotto con re Anguselsus di Scozia (in antico scozzese
Angus significava "capo di un clan"), ma le probabilità sono assai basse.
Un arazzo ispirato alla leggenda di Artù
Quanto al mago Merlino, secondo la leggenda tutore e consigliere di Artù, visse
forse nel VI secolo. Il suo nome, Myrddyn, derivava da quello di Caermyrddyn,
la città in cui era nato; alcuni lo hanno identificato con un altro famoso filid
("bardo") chiamato Taliesin e vissuto (forse) in quell'epoca. Secondo gli scarsi
dati che ci sono pervenuti sulla sua figura, Myrddyn fu consigliere del re gallese
Vortirgern (V secolo d.C.), da noi già citato sopra, e combatté a fianco di Re
Gwenddolau (cioè Re Artù, secondo Nikolai Tolstoy) contro Rhydderch il Generoso.
La sua vita sarebbe dunque stata incredibilmente lunga, tanto che alcuni
commentatori ritengono che siano esistiti due Merlini diversi. Vuole la tradizione
che, dopo la sconfitta inflittagli da Rhydderch ad Arfderydd (573), il mago,
impazzito dal dolore, si fosse ritirato in eremitaggio in una foresta, identificata
da alcuni come la fantastica Broceliande delle saghe irlandesi. Della sua produzione
letteraria ci è pervenuto un frammento dell'opera Afallenau. La strofa recita:
« Saith ugein haelion e aethant ygwyllon / yng koed Kelydon y daruyant: /
kanys mi vyrdin wedy Tatiessin / Byathad kyffredin vynn darogan. » Finora
nessuno è ancora riuscito a tradurla.
Ed Excalibur? Altro non sarebbe che la spada druidica dei Gran Re antecedenti
la conquista romana, che si diceva forgiata in cielo dagli dei, ma assai probabilmente
era stata fabbricata con ferro meteoritico, non proveniente dunque da
questa terra. Un'ipotesi è che sull'elsa fosse incisa una scritta latina poi corrotta
dal tempo, da cui deriverebbe il suo nome. Per esempio Valerio Massimo Manfredi,
nel suo bel romanzo "L'ultima Legione" (che tra l'altro identifica Uter con
Romolo Augustolo) suggerisce che Excalibur potrebbe essere una contrazione
popolare di ENSIS C. IUL. CAES. CALIBURNI.
Certamente però, la più avventurosa tra tutte le epopee legate in qualche modo
alla leggendaria figura di Artù resta quella legata alla ricerca del Sacro Graal, il
calice in cui Gesù istituì il sacramento dell'Eucaristia la sera dell'Ultima Cena, e
che fu poi usato dal pio Giuseppe d'Arimatea per raccoglierne il Preziosissimo
Sangue stillante dalla Croce. Secondo una leggenda molto diffusa, era stato lo
stesso San Giuseppe d'Arimatea a portare il sacro vaso dalla Palestina nella Britannia,
attraverso mille peripezie, mentre suo figlio Alano il Grosso aveva costruito
il castello di Crobenic, d'intesa con re Nascien, da lui stesso convertito
dopo essere stato miracolosamente guarito dalla lebbra al solo contatto con il
Graal. Proprio da Nascien discenderebbe re Pelles, signore di Crobenic e custode
del Graal, il quale avrebbe ingannato Lancillotto, partito alla ricerca del Sacro
Vaso, convincendolo a giacere con sua figlia Elaine, detta « la portatrice del Graal
» perché nelle cerimonie religiose era solita portare il Graal in processione reggendolo
sopra la testa; da tale rapporto amoroso sarebbe nato Galahad, destinato
a diventare il « cavaliere senza macchia e senza paura ». Come conseguenza,
secondo la leggenda Pelles venne punito perché perse il regno, e sua figlia non
poté più portare il Graal, che da allora venne portato da mani invisibili; Lancillotto
invece, non essendo più « senza macchia », perse la possibilità di conquistare
il Graal, e potè guardarlo solo attraverso un velo.
Questa è la favola. In realtà il Graal era il calice in cui il sacerdote druidico, durante
le solenni cerimonie religiose nella Britannia preromana, raccoglieva il
sangue delle vittime sacrificate sull'altare. Com'è noto, il Cristianesimo non ha
mai cancellato con un colpo di spugna le tradizioni preesistenti, ma si è integrato
con esse, come testimonia la data del 25 dicembre, che nell'antica Roma segnava
la festa dedicata al dio Sole, e per i cristiani divenne la festa della nascita
del nuovo Sole, Gesù Cristo. Così l'antico calice della religione sciamanica era
stato sì conservato, ma la tradizione ne aveva fatto il calice dove era stato raccolto
il sangue della vittima per eccellenza, il Salvatore dell'umanità. Probabilmente
Nascien fu il primo sacerdote druidico ad accettare il sincretismo tra la vecchia e
la nuova religione. Dunque Elaine sarebbe stata l'ultima discendente di una
schiatta di sacerdoti di questa religione « mista », che adorava Cristo attraverso i
simboli dell'antica religione; e sappiamo che giacere con la sacerdotessa o « prostituta
sacra » è una delle caratteristiche della religione sciamanica, visto che era
Siti arturiani nella Cornovaglia attuale.
praticato anche nella Palestina preisraelitica, perché i profeti ebraici si scagliarono
ripetutamente e terribilmente contro questa pratica. Ad essa non si sottrasse
neppure Lancillotto, che così concepì un nuovo « druido cristiano », Galahad
appunto. Sempre secondo la favola, il Graal sarebbe stato conservato nella città
palestinese di Sarras, affatto ignota, dal cui nome discenderebbe quello dei Saraceni,
in un'epoca (quella dei regni romano-barbarici) in cui i Saraceni e l'Islam
non esistevano ancora. In realtà il Graal fu distrutto dai Sassoni dopo la loro
conversione al cattolicesimo, un po' perché simbolo pagano (si sa che i neofiti
sono sempre degli integralisti), ed un po' perché parte dell'odiata cultura dei rivali
celti.
Ed ora, un'ultima questione. È noto che Artù, in tutte le versioni della saga, non
ha mai avuto neanche un erede. La cosa da un punto di vista storico non è credibile:
probabilmente ne aveva uno stuolo. E allora, come mai la tradizione non
ne fa cenno? La risposta è semplice. Questi figli furono indegni del padre, perché
dopo la morte di Artù guerreggiarono tra loro all'ultimo sangue per accaparrarsi
il trono, lasciando così campo libero ai conquistatori Sassoni, che distrussero
il Gran Regno calpestandolo sotto gli stivali. E così, la tradizione li ha
scartati, facendo cenno al solo Mordret per metterne in risalto la fellonia, ed ha
esagerato le gesta dei cavalieri della Tavola Rotonda, i veri « figli spirituali » del
Pendragon, oscurando le imprese dei figli legittimi di Artù. Ma, come fa notare
Montanelli nella sua « Storia di Roma », gli eroi spuntano solo negli eserciti battuti,
per cercare di mettere in ombra la sconfitta ed esaltare le imprese dei singoli
a discapito della rotta generale. Gli eserciti vittoriosi non hanno bisogno di eroi,
ed infatti Giulio Cesare nei suoi Commentarii non ne cita nessuno. Ma, sorprendentemente,
è proprio l'indegnità dei figli carnali di Artù a farci pervenire un'epopea
così splendida: non avendo avuto un seguito, il Gran Regno dei Britanni
resta nella fantasia come modello di un'epoca felice e splendida, segnata dalle
imprese cavalleresche di personaggi indimenticabili. E tale esso resta anche agli
occhi di noi, uomini del XXI secolo, perché le leggende, a differenza degli uomini
e dei regni, non muoiono mai.

IL MONDO MEDIOEVALE

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